Libera concorrenza anche tra Stati

libera concorrenzaLibera concorrenza anche tra Stati

Nonostante le maggiori società ed enti internazionali continuino ad affermare, che la competizione fiscale tra Nazioni a diversa fiscalità sia altamente nociva per l’ economia globale, come non notare che tutti coloro che gettano fango su questa possibilità, cosi come sulle società offshore e sui paradisi fiscali, fanno parte, in modo diretto o indiretto, dei poteri forti del pianeta, gruppi ristretti che cercano di conservare il diritto di rivolgersi a Stati dalla imposizione equa, per sé stessi, senza aprire questa nuova frontiera ad altri. Ecco allora, che giorno dopo giorno, ci sentiamo ripetere che non può esserci concorrenza tra Stati, perché tutto questo è male, sbagliato, negativo: indebolisce e deprime l’ economia. Tutti coloro che decidono di aprire una società offshore, lo fanno perché scelgono liberamente un regime fiscale e le leggi di una data Nazione, come alternativa alla propria, per esigenze commerciali o anche semplicemente per motivi economici. Trasferire il proprio centro d’ interessi in un paradiso fiscale è un diritto sacrosanto, frutto della libera circolazione delle persone e della possibilità di scelta, tra un carico fiscale asfissiante ed uno che permette agli imprenditori di vivere e pagare il giusto ed il dovuto, ricevendo in cambio anche beni e servizi, di cui usufruiscono insieme alle proprie imprese. Allo stato attuale del mercato mondiale, con l’ effetto globalizzazione, che ha reso possibile la circolazione di qualsiasi bene e servizio quasi in tempo reale, cercare di bloccare la competizione fiscale risulta, per fortuna,  praticamente impossibile. Ancora oggi qualche Stato sta insistentemente bombardando i propri cittadini con compagne denigratorie contro i paradisi fiscali, ma i falsi miti sono caduti, sotto il peso della recessione mondiale e di un’ oppressione fiscale da record. Una recente statistica, pubblicata da stampa indipendente seguendo un rigoroso criterio scientifico di classificazione, pone l’ Italia al primo posto nell’ indice di oppressione fiscale tra tutti i Paesi del pianeta. Tutto questo deriva da decenni di sperperi, sprechi, corruzione, mazzette e favoritismi, che hanno indebolito il sistema economico, portandolo sull’ orlo del baratro. Alla fine di questa triste storia si cerca di spostare l’ attenzione sui danni che la competizione fiscale tra Nazioni potrebbe portare all’ economia mondiale. Chi parla di società offshore e di paradisi fiscali, adducendo motivazioni deboli e contraddittorie, per giustificare l’ attuale crisi recessiva mondiale, non è una persona ignorante o politicamente schierata; tutti i soggetti, che a qualsiasi titolo, scrivono o perorano tale teoria, sono esclusivamente in mala fede. Bisognerebbe accettare una questione incontrovertibile, basata sulle normali logiche di mercato: esistono Stati che funzionano meglio e altri, che invece sprecano e sperperano risorse senza restituirle, in forma di servizi e agevolazioni, ai propri cittadini. La competizione fiscale è anche questo e segue precise regole e dinamiche. Non sono stati Paesi come Panama ad inventare i derivati tossici ed i pronti contro termine, tutti strumenti finanziari virtuali che sono costati e continuano a costare miliardi su miliardi di euro e dollari. Tutte le Nazioni che oggi vengono additate come paradisi fiscali e che permettono la realizzazione di società offshore, ovvero fuori dai normali circuiti fiscali, sono territori che godono oggi i vantaggi di decenni di amministrazione illuminata e che offrono opportunità appetibili agli investitori di tutto il mondo: una bassa imposizione fiscale, grandi possibilità di finanziamento da parte delle banche, una ridotta tassazione degli utili, favorendo cosi lo sviluppo ed il benessere della collettività. In un mondo globalizzato come quello che ci hanno venduto negli ultimi decenni è valida anche la libera concorrenza tra gli Stati!

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