La pressione fiscale soffoca gli italiani

pressione fiscaleIl peso della tassazione soffoca gli italiani

L’Eurostat, istituto di statistica europeo che gestisce ed incrocia tutti i numeri e le serie storiche dell’euro zona, ha snocciolato i dati sulla pressione fiscale pro capite, all’interno dell’Unione Europea, giungendo a conclusioni che, per i cittadini italiani, risultano quasi apocalittiche, ma, in pratica mettendo nero su bianco e certificando un degrado ed un deterioramento delle strutture statali, ormai in atto da diversi anni. I lavoratori italiani sono quelli che pagano più tasse in Europa, distanziandosi e non di poco, anche da Stati storicamente dalle condizioni economiche peggiori, rispetto alle nostre. La pressione fiscale, per il 2012, sarà di poco superiore al 45%, continuando dunque la tradizionale raccolta di tasse, sempre dai soliti noti. Questa percentuale di tassazione vuol dire che per ogni 1.000 euro guadagnati, più di 450 vengono incamerati dallo Stato dietro la specifica di tassazione diretta o attraverso l’imposizione di accise e balzelli, che non solo indeboliscono le famiglie, già martoriate dalla cronica mancanza di lavoro, ma deprimono ulteriormente i consumi. Il problema reale della pressione fiscale in Italia, non è infatti l’evasione o il lavoro sommerso; queste, piuttosto, sono delle soluzioni collaterali che, spesso e volentieri, le famiglie ed i piccoli imprenditori devono mettere in atto, per arrangiarsi e riuscire ad andare avanti, in attesa di tempi migliori. Tra il 2011 ed il 2012 il peso delle tasse, secondo Eurostat, si è incrementato del 3%, confermando un trend che dura ormai da diversi anni e che è destinato a perdurare almeno fino al 2014. Il rapporto tra la pressione fiscale italiana e quella del resto d’Europa, è distante oltre i 10 punti percentuali; la media europea è del 34% tra pressione fiscale e l’aggiunta degli oneri previdenziali, una stima che ha lasciato esterrefatti gli stessi analisti dell’istituto di statistica, increduli innanzi a dei dati cosi discostati, per un Paese come l’Italia, che produce un Pil importante e che, fino a un paio di decenni fa, era nella produzione industriale, volano per il vecchio continente. Alla luce di questa recente pubblicazione, viene realmente da chiedersi cosa ci sia ancora da chiedere al popolo italiano in termini di tasse, sacrifici economici e lavorativi; viene da domandarsi, se la riforma del mercato del lavoro, sia poi il vero punto di svolta, visto che anche dopo l’approvazione, una busta paga da 1.300 euro netti mensili, costerà alla società del dipendente sempre 3.800€ tra tasse, trattenute, addizionali e contribuzione previdenziale. L’ultimo dato pubblicato da Eurostat e altrettanto interessante, riguarda il ritorno, in termini di servizi reali, di quanto viene corrisposto a titolo di tassazione. Anche in questo campo, nonostante l’asfissiante pressione fiscale, l’Italia risulta fanalino di coda dell’area euro, con un risultato ancora più disarmante: nonostante l’altissimo livello di tasse corrisposte, mancano i servizi primari, gli asili sono insufficienti, la scuola e l’università premiano con il titolo, solo chi ha i soldi necessari a resistere, diversi anni impantanato tra senatori e interessi di famiglia. In questa situazione, si continua a battere sull’emersione dal nero e sul contrasto all’evasione fiscale, forse non capendo o, volontariamente, cercando di sviare l’attenzione pubblica dai reali problemi strutturali del Paese. Si è lanciata una campagna di lotta alle streghe, mentre si ignorano le origini del fenomeno e solo modificando intimamente l’assetto economico ed il welfare italiano si riuscirà, sempre che non sia troppo tardi, a rimettere sulla retta via un fisco che impone, senza dare. Per adesso non resta che cercare migliori lidi per lavorare!

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