Il Brasile è il quarto Paese al mondo per valore dei capitali depositati nei paradisi fiscali

IndroL' Indro - Martedì 11 Dicembre 2012  - Articolo di Francesco Giappichini

Il Brasile è il quarto Paese al mondo per valore dei capitali depositati nei paradisi fiscali. Il dato è contenuto in una ricerca commissionata dall’organizzazione Tax justice network, che stima tra 21mila e 32mila miliardi di dollari l’ammontare sviato nelle banche offshore, in conseguenza di operazioni fraudolente. Siano esse volte a evadere le tasse, o a riciclare denaro sporco, frutto di corruzione, traffico di stupefacenti, e altri reati. Lo studio, intitolato ’Il prezzo dell’offshore rivisto’, e coordinato da James Henry – l’ex capo economista di McKinsey, nota società di consulenza manageriale e strategica – mette il gigante sudamericano in primo piano: i suoi cittadini, negli ultimi decenni, avrebbero depositato nei conti cifrati dei paradisi fiscali circa 520 miliardi di dollari. La stratosferica cifra colloca il Paese alle spalle solo di Cina – da dove proverrebbero 1.100 miliardi di dollari – e, a seguire, Russia e Corea del sud, da cui sarebbero state sottratte risorse di poco inferiori agli ottocento miliardi. Lo studio, che si basa su dati forniti da Banca di compensazioni internazionali (Bis), Fondo monetario mondiale (Fmi) e Banca mondiale, segnala quanto il fenomeno sia incisivo nelle varie nazioni dell’America latina: stupisce che non solo il Brasile, ma anche Messico, Argentina e Venezuela, occupino le prime venti posizioni del ranking. Secondo John Christiansen – direttore di Tax justice network, l’ong nemica giurata dei paradisi fiscali – la responsabilità di ciò va ricercata nei grandi gruppi finanziari. Da decenni, spiega l’attivista, le élite dei Paesi produttori di materie prime e ricchezze minerarie sono letteralmente abbordate dalle banche (specie quelle statunitensi), che si propongono per inviare i loro soldi all’estero: "Istituzioni come la Bank of America, Goldman Sachs, JP Morgan e Citibank stanno offrendo questo servizio. E poiché il Governo Usa non condivide le informazioni tributarie, è molto difficile per questi Paesi identificare i titolari dei conti e tassare il denaro". Secondo il direttore dell’ong, a essere più coinvolti nel fenomeno dell’offshore sono i settori farmaceutico, delle comunicazioni e dei trasporti: "Le élite fanno molto chiasso per la pressione fiscale, ma nella realtà non vorrebbero pagare nessuna imposta", prosegue Christiansen, che non fa sconti ai più facoltosi cittadini verdeoro: "Nel caso del Brasile, quando vedo i ricchi brasiliani che protestano per le tasse, posso solo credere che stiano bluffando. Stanno, infatti, depositando i loro capitali nei paradisi fiscali già da molto tempo". La questione dell’offshore è un nervo scoperto ovunque, e giunge a coinvolgere persino le più povere nazioni dell’Africa sub sahariana. Tuttavia in Brasile la sensibilità rispetto al tema è aggravata dal coinvolgimento di noti personaggi della politica. E’ il caso dell’ex sindaco di San Paolo, Paulo Maluf, che giorni fa è stato condannato dalla magistratura dell’Isola di Jersey (possedimento britannico a tassazione agevolata, nda) a restituire al Comune paulista ventidue milioni di dollari: fondi che l’attuale deputato avrebbe sviato all’epoca del secondo mandato alla guida del Municipio, tra il 1993 e il 1996. Gli esponenti della sinistra brasiliana sono inoltre convinti che siano state messe al sicuro, al riparo del più assoluto segreto bancario, gran parte delle fortune coinvolte nel mastodontico processo di privatizzazione degli Anni Novanta, obiettivo centrale della presidenza di Fernando Henrique Cardoso. E tra i nomi coinvolti nell’oscura vicenda, comparirebbero anche alcuni familiari di Josè Serra – ex governatore paulista, e candidato alla presidenza due volte sconfitto – in particolare la figlia Verônica e il genero. Ma quali sono le norme che regolano la materia nel Paese sudamericano, facendo del Governo di Dilma Rousseff uno dei più intransigenti avversari di questa fraudolenta fuga di capitali? In primis va tenuto conto che la legislazione locale considera paradisi fiscali, quei Paesi ove l’aliquota di tassazione delle rendite finanziarie è inferiore al venti per cento. Inoltre, spiega Júlio Augusto Oliveira, specialista in diritto tributario, ogni cittadino brasiliano che ha entrate nei cosiddetti ’Paesi a regime fiscale agevolato’, è soggetto alle imposte sul reddito sia laggiù (ove le tasse saranno molto basse, quando non inesistenti), sia nella madrepatria: "Il Brasile ha stretto con vari Paesi convenzioni contro la doppia imposizione, stando però ben attento a escludere gli stati a tassazione favorevole, proprio per non incoraggiare le relazioni commerciali con quelle aree". Di conseguenza, chiarisce Oliveira, la persona fisica non avrà alcun vantaggio tributario a investire nel paradiso fiscale, sia che si tratti dell’acquisto di un immobile, oppure di un affare finanziario. I vantaggi emergono invece per le persone giuridiche, ossia le società offshore costitute in loco: queste beneficeranno non sono – com’è naturale – di un trattamento fiscale favorevole (almeno inferiore al venti per cento, se non pari a zero). Ma soprattutto non sarà permesso accedere a informazioni sulla composizione societaria dell’impresa, né tantomeno sulla sua titolarità giuridica. Da parte sua, l’economista Alexandre Randes, dell’Università federale del Pernambuco (Ufpe), rileva che investire nei paesi a bassa tassazione può essere conveniente soltanto per chi possiede grandi somme, giacché, negli altri casi, le spese per consulenze e commissioni valutarie possono erodere il margine ottenibile. Tutto ciò in considerazione del fatto che in Brasile i tassi d’interesse, nonostante i più recenti cali, sono ancora più elevati rispetto alla grande maggioranza dei Paesi. L’impegno del Governo è comunque sostenuto da un decisivo sostegno popolare, e la campagna internazionale ’Chiudiamo i paradisi fiscali’ ha attecchito con successo nei vari strati della società civile verdeoro, a cominciare dal mondo cattolico. Abbiamo raccolto l’opinione di Giovanni Caporaso – titolare dello studio legale Caporaso & Partners di Panama, che si occupa di pianificazione fiscale – più volte intervistato in programmi televisivi nazionali, che lo celebrano come "il guru italiano dell’offshore". Secondo il connazionale, i brasiliani ricorrono ai paradisi fiscali sopra tutto per evitare le imposte sui trasferimenti immobiliari: "Nelle società offshore - esordisce - non si tassa il trasferimento perché l’immobile non è considerato come un bene, ma come un attivo della società. E’ come se fossero trasferite azioni di un’impresa. Ciò è legale nei paradisi fiscali, ma in Brasile non sarebbe possibile". Ma chi sono i brasiliani che ricorrono a questa formula? Caporaso è perentorio, e spiega che può avere interesse a questo tipo d’investimento solo chi ha un reddito annuale lordo compreso tra centomila e un milione di real: "Nel momento in cui l’imposizione fiscale raggiunge il 40%, o addirittura lo supera, il cittadino reagisce e tenta di evitarla".

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