I paradisi fiscali sono finiti?

Di Giovanni Caporaso

Dai tempi di De Gaulle continuiamo ad ascoltare che i paradisi fiscali sono finiti. La riunione del G20 del 2 aprile 2009 ha dato un altro giro di chiave con la pubblicazione di una lista nera e di una grigia dei paradisi fiscali, anche se quella ufficiale dovrà essere stilata e pubblicata in breve dall’Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (Ocse). In pratica, però pare che questa lista interessi solamente il sistema bancario, infatti, come non sanno a chi dare la colpa della crisi del sistema finanziario internazionale, hanno dichiarato guerra al “segreto bancario”.

 

I paradisi fiscali sono da sempre una croce ed una delizia dell’economia mondiale; secondo alcuni sono il lato oscuro del sistema finanziario internazionale, ma una necessità del sistema economico. Sono infatti utilizzati oltre che da migliaia di contribuenti, principalmente, dalle grandi imprese, spesso anche quelle a partecipazione statale o controllate dagli stati. Nell’Unione Europea si  stima che la frode fiscale tocca una media del 2.5 % del Pil. 
In fondo fino a oggi, i paradisi fiscali sono stati dei pilastri essenziali della globalizzazione economica, con un’incidenza considerevole nel sistema finanziario internazionale. Tenendo conto del ruolo fondamentale di questi paesi nel meccanismo della globalizzazione, l’eliminazione provocherebbe delle grandi disfunzioni economiche e finanziarie.
A mio parere anche quest’ultima crociata iniziata dai G20 non è altro che uno spauracchio per dissuadere i “piccoli”, ossia quei contribuenti che grazie all’internet e al calo dei prezzi dei servizi offshore, hanno avuto recentemente accesso a questo mondo che fino allo scorso decennio era prerogativa dei grandi capitali.  I potenti della Terra (G20) vogliono erogarsi il diritto di ingerenza, al di sopra della sovranità nazionale e questa è la tesi del nuovo ordine mondiale. In tempi di crisi però bisogna andare con i piedi di piombo e una eventuale soppressione dei paradisi fiscali rischierebbe di provocare un collasso del sistema finanziario internazionale. In epoca di recessione, quale Stato se lo può permettere?
Chi fa oggi la morale dovrebbe prima far pulizia in casa propria, iniziando dalle decine di società controllate o partecipate da Eni e Enel nel Delaware, alle Bahamas, alle Isole Cayman, in Lussemburgo e in molti altri paesi. Senza poi parlare delle regioni o aree a statuto speciale che in molti paesi dei G20 godono di defiscalizzazione.
I capitali cercheranno sempre le piazze più redditizie e i sistemi tributari più favorevoli. Questa è la  logica del capitalismo e la globalizzazione la favorisce.
Questa battaglia contro i paradisi fiscali è appena iniziata e probabilmente otterrà uno dei risultati voluti: l’aumento dei costi dei servizi offshore e la riduzione all’accessibilità degli stessi. In pratica chi paga è sempre il piccolo. Quelli che hanno rubato per decenni e ridotto sul lastrico il sistema finanziario internazionale vogliono che i cittadini abbiano solo il diritto di lavorare e pagare le tasse. Pagare per sanare gli errori degli altri. È la logica del più forte, è un mondo controllato e pieno di cittadini robot, come in quei film futuristi che presentavano una società manipolata da un’entità al di sopra delle leggi e degli individui.
Sono sicuro che ancora esiste il modo di ribellarsi e di vivere una vita come uomini e non come pecore. Per ora i paradisi fiscali non sono finiti, la loro forza dipenderà anche dal numero di persone e dalla quantità di capitali che non sono disposti a sommettersi al nuovo ordine mondiale.

S
U
P
P
O
R
T
O