Fuga dei capitali, miliardi sottratti ad un’assurda tassazione

fuga dei_capitaliFuga dei capitali, miliardi sottratti ad un’assurda tassazione

Nonostante le reti di tutte le agenzie fiscali siamo state lanciate addosso ai cosiddetti evasori, un recente studio commissionato da un’associazione che combatte l’ingiustizia derivante dal mancato pagamento delle tasse, dimostra come presso i paradisi fiscali sia depositata, ancora oggi, una quantità di miliardi di dollari, giunti fin li grazie alla costante e sempre maggiore fuga dei capitali in atto da tutti i Paesi industrializzati ad alta tassazione, a causa dell’altissima pressione fiscale venutasi a creare negli ultimi dieci anni, per la crisi sistemica che l’economia mondiale vive ancora oggi.
Le manovre Monti hanno fatto scivolare l’economia su una buccia di banana e aumentare la fuga dei capitali.
Le cifre sono impressionanti, perché la fuga dei capitali si aggirerebbero intorno ai 21 mila miliardi di dollari, un capitale capace di dar vita ad una vera e propria economia parallela, messa in piedi grazie a società offshore, che consentono ai fortunati detentori di questi patrimoni, una gestione esente dalle pesanti imposte fiscali che ormai in tutto il pianeta stanno falcidiando anche il più onesto e ligio degli imprenditori.
Non a caso 21 mila miliardi di dollari equivalgono alla somma del prodotto interno lordo dei due giganti dell’ economia mondiale: Stati Uniti d’ America e Giappone; un dato che deve fare riflettere, perché analizzando attentamente gli Stati da dove, presumibilmente, arriverebbe il denaro depositato nei paradisi fiscali, nessuno può dichiararsi escluso dal fenomeno della fuga dei capitali; perfino la Cina e diversi componenti del Brics non risultano immuni al fenomeno.
Lo studio ha preso in considerazione solo ed esclusivamente la parte che riguarda la fuga dei capitali già trasferita, in qualsiasi modo disponibile, dalla fine degli anni settanta al 2010. Vengono lasciate fuori dalla stima, volutamente in quanto non di facile calcolo, i beni mobili registrati ed il valore delle società ubicate nei paradisi fiscali.
Questa vera e propria economia parallela frutto della fuga dei capitali continua giorno dopo giorno ad espandersi, mentre quando all’imprenditore non è possibile trasferire in toto i propri beni, con la fuga dei capitali, a causa delle sempre maggiore pressione fiscale, spesso e malvolentieri è costretto a delocalizzare, ovvero chiudere i battenti nel Paese di origine, per trasferire sede legale e produzione in uno dei tanti Paesi dell’ Est Europa o Nord Africa, dove la tassazione ed il costo del lavoro sono sensibilmente inferiori.
Sempre più aspre di conseguenza le critiche nei confronti di chi promuove la fuga dei capitali e di chi detiene queste ricchezze, soprattutto per il danno che starebbero arrecando, con il proprio comportamento, alle entrare fiscali degli Stati di provenienza che continuano a spendere soldi che non hanno, senza controlli e con scandali sempre più frequenti che dimostrano le ruberie dei politici dei paesi industrializzati a scapito dei contribuenti.
Forse un’ attenta analisi ed una impostazione indipendente al problema, riuscirebbe a tirare fuori le vere motivazioni del fenomeno della fuga dei capitali: il deposito delle ricchezze in un paradiso fiscale consente al contribuente, a livello mondiale, di pianificare meglio il proprio futuro, gestendo il presente senza la pressante ed opprimente idea di dover corrispondere, a titolo di tassazione, percentuali anche superiori al 50% dei propri ricavi e dei propri beni, frutto di lavoro e sacrifici, senza considerare poi che reinvestire attraverso gli stessi Paesi offshore permette di accedere ad una vera e propria economia parallela, all’ interno della quale gli istituti di credito ed i finanziatori istituzionali e privati, ragionano in termini diametralmente opposti rispetto agli omologhi mondiali.
Grazie alla fuga dei capitali, infatti molti paesi non industrializzati hanno ottenuto crescite importanti a livello economico.

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