Cosa é un paradiso fiscale?

worldbankCOSA É UN PARADISO FISCALE?

Gli anglosassoni lo dipingono molto bene con “tax haven”, ossia rifugio o porto fiscale. Sbagliata é la traduzione tax heaven (paradiso fiscale) che in inglese non ha significato alcuno. Spesso abbiniamo il termine paradiso fiscale all'immagine di una paradisiaca spiaggia bianca, ombreggiata da lussureggianti palme, inclinate verso un mare color turchese. Per certi versi, spesso é così. Ma un paradiso fiscale é anche il luogo ideale per stabilire i propri affari, e rifugiarsi dalla morsa delle tasse.
Ovviamente come in ogni impresa, in quella di un paradiso fiscale non é necessaria la presenza del proprietario e secondo le leggi della maggior parte di questi paesi, le società possono essere amministrate da qualsiasi parte del mondo. Il paradiso fiscale é un paese che possiede una serie di caratteristiche peculiari, la più importante delle quali é che applica una tassazione minima o nulla (zero tasse) sui capitali esteri e sui proventi esteri dei propri cittadini e/o società. Attualmente esistono oltre 200 giurisdizioni che offrono uno più incentivi agli investitori residenti o non residenti, alcuni di questi paesi sono anche dei veri e propri paradisi per le vacanze. A seconda del tipo di attività che desiderate intraprendere, uno o l'altro paradiso fiscale sarà più adatto al vostro caso specifico. In certi casi, specie per usare i trattati sulla doppia imposizione, é opportuno usare il “sistema delle scatole cinesi” ed operare una struttura di un paradiso fiscale, attraverso quella di un'altro.
La questione dei paradisi fiscali che per molti aspetti, dovrebbero essere definiti paradisi finanziari e societari, è stata portata clamorosamente alla ribalta dopo l'11 settembre, per i possibili legami delle reti terroristiche internazionali con alcuni centri finanziari offshore (letteralmente fuori costa, al largo, fuori dalle acque e limiti territoriali), sono diventati “sorvegliati speciali”. Pochi mesi prima, nel maggio 2001, il segretario Usa al Tesoro Paul O'Neill dichiarava  invece che "gli Stati Uniti non sosterranno alcun tentativo mirante a imporre ad un paese il livello della sua imposizione fiscale" e che il progetto Ocse  sui paradisi fiscali era "troppo ampio". L' Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, da cui l'acronimo OCSE (o Organisation for Economic Co-operation and Development - OECD in sede internazionale), nata nel 1948, ha allargato, negli ultimi decenni, la sua azione verso obiettivi di integrazione e cooperazione economica e finanziaria tra i maggiori paesi del così detto Occidente.
Il progetto Ocse sui paradisi fiscali è divenuto così il riferimento internazionale e la posizione ufficiale dei paesi più sviluppati sulla questione della concorrenza fiscale “dannosa”. Nel 1998 l'Organizzazione pubblicava un rapporto sulla concorrenza fiscale dannosa intitolato "Harmful Tax Competition: An Emerging Global Issue", dove si distingue tra "paradiso fiscale" (tax haven) e "regimi fiscali preferenziali dannosi" (harmful preferential tax regimes), utilizzato come riferimento dal fisco dei paesi occidentali.
miami2Regimi fiscali preferenziali ce ne sono molti e gli stessi Stati Uniti sono uno di questi, attraverso incentivi fiscali offerti da alcuni stati tipo Delaware e Nevada. Ma i veri e propri paradisi fiscali non si caratterizzano solo per il basso o nullo livello di tassazione - come sembra ritenere il segretario al Tesoro Usa. Ai fini della loro individuazione, infatti, il rapporto elenca alcune condizioni: nessuna tassazione (ovvero livello di tassazione effettivo solo nominale); assenza di un effettivo scambio di informazioni con altri Stati e mancanza assoluta di trasparenza. A questo si collega anche la mancata cooperazione nella lotta al riciclaggio di denaro sporco. Sulla base di questi criteri, l'Ocse individuava appunto 41 "giurisdizioni" (paesi o territori) definibili come veri e propri paradisi fiscali (gli stessi segnalati nella black list dell'Ufficio delle Entrate).
La lista dell'Ocse, una volta tanto, non aveva solo un carattere conoscitivo. Le linee guida del '98 contro le pratiche fiscali dannose prevedono infatti l'obbligo alla rimozione dei benefici ottenibili nei paradisi fiscali entro, al più tardi, il 31 dicembre 2005, pena sanzioni. Entro il 28 febbraio 2002 (scadenza poi prorogata alla metà di aprile) i paesi considerati tax havens potevano inviare "Lettere di impegno anticipato" (Advance commitment letters), cioè lettere di intenti per superare le pratiche fiscali dannose, che sono considerate impegni ufficiali ed evitano, se gli impegni sono mantenuti, le sanzioni punitive previste dal 2006.
Tra il 1999 e l'aprile 2002, trentaquattro dei 41 paesi hanno inviato Advance commitment letters. Restano quindi a rischio di sanzioni sette paradisi fiscali, che per vari motivi non hanno ritenuto di aderire alla richiesta Ocse: Andorra, Isole Marshall, Liberia, Liechtenstein, Nauru, Principato di Monaco e Vanuatu. Negli ultimi anni quasi tutti hanno capitolato, firmando trattati di “scambio d'informazioni” in casi di reati relazionati a terrorismo, riciclaggio, traffici internazionali, ecc., quindi non esiste più un paradiso fiscale che si possa definire sicuro al 100%, perché nulla vieta ad un magistrato di inserire un reato inesistente nelle indagini, al solo scopo di ottenere le informazioni che desidera avere. Ovviamente  visto che i vostri affari sono legali, operando da un  paradiso fiscale, i rischi di scambio d'informazioni fiscali é quasi nullo. Non nuoce però  mantenere un alto livello di sicurezza dati nelle proprie operazioni e possibilmente utilizzare vari centri offshore per operare.
  Ricordiamoci inoltre che l'Ocse non rappresenta neanche 1 terzo del mondo, quel terzo che vuole imporre le regole a tutti. 

 

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