Breve storia dei paradisi fiscali

Breve storia dei Paradisi Fiscali

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Cartina ripresa da Le Monde Diplomatique, cliccare sull'immagine per ingrandire  

I paradisi fiscali il cui numero varia, secondo le stime, circa 250 quelli che offrono vantaggi fiscali, dai 60 ai 90 i paradisi fiscali veri e propri, l'Ocse ha individuato  41 "giurisdizioni" (paesi o territori) definibili come veri e propri paradisi fiscali (gli stessi segnalati nella black list dell'Ufficio delle Entrate), 7 gli irriducibili: Andorra, Isole Marshall, Liberia, Liechtenstein, Nauru, Principato di Monaco e Vanuatu. Sono dei micro territori o degli stati le cui legislazioni fiscali sono volutamente lassiste o inesistenti. Si può parlare di stati che commercializzano la propria sovranità offrendo un regime favorevole, una totale deregulation ai detentori di capitali.
Ecco il estrema sintesi la loro storia:
Medio Evo - Giá nel Medio Evo i valvassori cercano scampo alle tasse e in un antico testo troviamo forse la prima ribellione alla morsa fiscale:  "Oh mio valvassore, in questi mesi tasse e gabelle pochi talleri e ancor meno zecchini portarono all’esauste casse del feudo. Or dunque è d’uopo trovare un macchiavello per porre rimedio a questa grandemente deprecabile situazione. Laddove non possessi ancor più spremere i valvassini e i servi della gleba sarà mestieri accorciare le spese pel maniero.".
1789 – Durante la Rivoluzione Francese che è un insieme di eventi e di cambiamenti intercorsi tra il 1789 e il 1799 che segna il limite tra l'età moderna e l'età contemporanea in gran parte dell'Europa,  i ricchi trasferirono i loro beni all'estero, per proteggere il proprio patrimonio ed eludere il pagamento delle tasse. Iniziarono a nascere i paradisi fiscali, che all’origine non erano che dei porti dove potevano trovare rifugio le navi dei grandi imperi europei, al riparo dalla intemperie e dai pirati. Da questo il nome “tax haven” ovvero rifugio fiscale. Quest’epoca corrisponde ad una prima fase di attribuzione della bandiera di nazionalità britannica o francese alle isole dei Carabi che si trovano al largo dell’America Latina.
1920-1940 – Iniziano ad apparire dei nuovi territori che si specializzano nella formulazione di legislazioni destinate a sottrarre i patrimoni alla imposte: Panama, Bahamas, Svizzera, Lussemburgo.
Dopo il 1945 – La Seconda guerra mondiale è decisiva per lo sviluppo dei paradisi fiscali. I territori sotto il dominio europeo non ricevono dopo la guerra gli aiuti economici sperati e vengono tagliati fuori dal piano Marshall. Alcuni territori così, invece di continuare a produrre materie prime che non garantiscono più la stabilità economica, si specializzano nell’accoglienza di flotte cui forniscono una bandiera ombra, e nell’offrire ai detentori di capitali un asilo sicuro istituendo il segreto bancario e l’assenza di tassazione.
1960-1970 – Un nuovo trampolino di lancio per l’attività dei paradisi fiscali viene fornito dall’emergere del mercato degli eurodollari negli anni 60 e dei petrodollari negli anni 70. Le grandi banche, le grandi imprese e la City di Londra, che attira tutte le grandi società finanziarie, appoggiano lo sviluppo di queste strutture, avendo tutte da guadagnare nel poter disporre di zone con debolissima imposizione fiscale. A Bahamas, Svizzera e Lussemburgo si aggiungono, in questo periodo il Liechtenstein, le Isole del Canale, le Isole Cayman, Bermuda, Panama.
1980-2000 – Nel corso degli ultimi trent’anni, proprio grazie alla liberalizzazione finanziaria che ha incoraggiato l’assenza di controllo sui movimenti di capitale su scala internazionale, il numero dei paradisi fiscali cresce vertiginosamente. I movimenti di capitale sia di origine legale trovano nei paradisi un singolare luogo di convergenza, e questo favorisce soprattutto la criminalità che ha tempo e modo di ripulire le proprie ricchezze, riacquistando verginità ed onorabilità.  L’attività dei paradisi fiscali è oggi caratterizzata da un giro di affari stimato in oltre 1800 miliardi di dollari l’anno. Nei soli paradisi europei sono registrate oltre di 1 milione di società e un numero più che doppio di trust.  La vicenda dei paradisi fiscali rivela come le potenze industriali siano state fin dall’origine implicate nella creazione di queste oasi del riciclaggio. I paradisi hanno contribuito e contribuiscono alla fortuna delle potenze finanziarie. Difficilmente dunque le potenze accetteranno di disfarsene.
2000-2007 – Nel corso dell’ultimo decennio i governi dei paesi piú sviluppati hanno dichiarato una vera e propria guerra ai paradisi fiscali, con mezzi spesso “sul filo della legge”quanto quelli usati dai paradisi offshore. In Italia il Governo Prodi ha intensificato la lotta ai paradisi fiscali con la  Finanziaria 2007, poche peró le mosse vincenti, a parte l'aumento di controlli alle piccole imprese e professionisti. La questione dei paradisi fiscali che per molti aspetti, dovrebbero essere definiti paradisi finanziari e societari, è stata portata clamorosamente alla ribalta dopo l'11 settembre, per i possibili legami delle reti terroristiche internazionali con alcuni centri finanziari offshore (letteralmente fuori costa, al largo, fuori dalle acque e limiti territoriali), sono diventati “sorvegliati speciali”. Pochi mesi prima, nel maggio 2001, il segretario Usa al Tesoro Paul O'Neill dichiarava  invece che "gli Stati Uniti non sosterranno alcun tentativo mirante a imporre ad un paese il livello della sua imposizione fiscale" e che il progetto Ocse  sui paradisi fiscali era "troppo ampio". L' Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, da cui l'acronimo OCSE (o Organisation for Economic Co-operation and Development - OECD in sede internazionale), nata nel 1948, ha allargato, negli ultimi decenni, la sua azione verso obiettivi di integrazione e cooperazione economica e finanziaria tra i maggiori paesi del così detto Occidente. Il progetto Ocse sui paradisi fiscali è divenuto così il riferimento internazionale e la posizione ufficiale dei paesi più sviluppati sulla questione della concorrenza fiscale “dannosa”. Nel 1998 l'Organizzazione pubblicava un rapporto sulla concorrenza fiscale dannosa intitolato "Harmful Tax Competition: An Emerging Global Issue", dove si distingue tra "paradiso fiscale" (tax haven) e "regimi fiscali preferenziali dannosi" (harmful preferential tax regimes), utilizzato come riferimento dal fisco dei paesi occidentali. Ricordiamoci peró che l'Ocse non rappresenta neanche 1 terzo del mondo, quel terzo che vuole imporre le regole a tutti . 

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