Meno tasse: il modello nordico

come pagare_zero_4f30a3fbd73cdMeno tasse: il modello nordico

Il Modello nordico è quello che può illuminare la strada dell’Europa continentale che deve riformarsi per riconquistare competitività. Le performance di Svezia, Danimarca, Finlandia, Norvegia e Islanda - per molti versi buone - sono di nuovo tra noi. E, in Italia nessuno ha presentato un’idea un minimo consistente di futuro del Paese, preparatevi al riciclo di vecchi dibattiti sullo stesso tema. È che il Modello nordico riesce a dare un’idea di efficienza - perché le economie crescono - e allo stesso tempo a scaldare i cuori - perché mantiene un forte Stato sociale. «Flexicurity»: flessibilità e sicurezza, il meglio dei due mondi, il sogno di ogni politico. Succede però che il mito scandinavo - Finlandia e Islanda geograficamente non sono scandinave ma la definizione è entrata nell’uso anche per loro - sta declinando. Nel Nord Europa, lo Stato-mamma che accompagna dalla culla alla tomba è sempre meno tale. L’elevata tassazione inizia a creare problemi seri. Soprattutto, ogni scandinavo sincero vi racconterà che la chiave dei buoni risultati degli ultimi anni non sta nel fatto che il welfare state è forte ma, al contrario, che lo Stato sta facendo passi indietro e che le energie, sotto le stelle nordiche, nascono dalla liberalizzazione delle economie. «La spiegazione dei nostri risultati sta nel fatto che siamo stati più veloci degli altri a saltare sul treno delle liberalizzazioni»: nella modernissima sede di Copenhagen di Nordea, una delle maggiori banche della regione, l’economista Michael Moth Greve sottolinea che negli ultimi quindici anni è cambiato molto e le riforme sono ancora in corso. «Possiamo certamente parlare di Modello nordico di seconda generazione, che si sta muovendo da un sistema rigido a uno flessibile». Per capire cosa sta succedendo nelle cinque economie del Nord Europa e ai meno di 25 milioni di cittadini che le abitano, occorre pensare al fatto che 150 anni fa questi Paesi erano tra i più poveri d’Europa. Da allora, il commercio, le foreste, la pesca, la navigazione e l’estrazione mineraria le hanno portate a livelli di reddito elevatissimo: fino al 1950 con un livello di tassazione tra il 10 e il 20% del Pil. Solo a quel punto i partiti socialdemocratici hanno costruito l’impianto di «Stato sociale totale» che in buona misura persiste oggi e hanno alzato le tasse mediamente sopra il 50% del Pil. Negli ultimi decenni, industrie più sofisticate - elettronica, telefoni, auto - energia a basso costo, un buon sistema finanziario e una popolazione ad alto livello di educazione, unite all’alta partecipazione femminile al mondo del lavoro, hanno consolidato il fenomeno. Fino a una generazione fa, a dire il vero: ora le cose sono piuttosto cambiate. Nel 1970, per esempio, la Danimarca era il Paese con il reddito pro capite più alto al mondo: trent’anni di welfare state dopo, è al settimo posto. La Svezia (dati Ocse) era quarta e oggi è tredicesima. La Finlandia ha dovuto affrontare negli anni Novanta una depressione economica violenta, in parte legata al crollo dell’Unione Sovietica, fatta di bancarotte e ristrutturazioni radicali. La Norvegia vive nella sua ricca bolla di petrolio e gas del Mare del Nord ma persino lì le preoccupazioni sul futuro stanno crescendo. L’Islanda, 300 mila abitanti, era un’economia di fatto socialista fino alla fine degli anni Ottanta, ha ristrutturato e in questi giorni sta vivendo una forte crisi finanziaria. I Paesi nordici, in altre parole, si sono ritrovati con uno Stato che aveva raggiunto dimensioni insostenibili, una rigidità elevatissima, economie e sistemi finanziari impossibilitati a cambiare e innovare: tra le prime 50 imprese svedesi, per dire, solo una è nata dopo il 1970. Una pistola puntata alla tempia che li ha costretti a cambiare. Ognuno a modo suo. « In generale, i Paesi nordici sono simili - dice Moth Greve - ma alcune differenze ci sono. Dal punto di vista del modello economico-sociale, la Danimarca tende più verso gli anglosassoni mentre Svezia e Norvegia sono più vicine agli europei. Finlandia, Norvegia e Danimarca in questa fase fondano il loro sviluppo più sui consumi interni, l’economia svedese è invece guidata dalle esportazioni. Paesi simili, insomma, ma non identici». E, infatti, ognuno ha trovato la sua strada per uscire dalla crisi di bulimia di Stato nella quale era finito. La Danimarca ha introdotto una famosa riforma radicale del mercato del lavoro che ha fatto crollare la disoccupazione, anche se le tasse restano alte. La Svezia ha liberalizzato alcuni settori dei servizi, innanzitutto le telecomunicazioni, e ha in parte riformato la tassazione, ad esempio facendo scendere l’aliquota marginale dall’87% al 65%: il risultato è stato un balzo di quasi due punti annui di crescita del Pil rispetto a un aumento medio inferiore all’1% del decennio 1985-1994. La Finlandia ha privatizzato, ha abbattuto il livello di tassazione personale (in media al 35%) e lo Stato ha tagliato i costi; oggi, il Paese è uno tra i più avanzati in fatto di tecnologie e la crescita quest’anno dovrebbe essere tra il 2,5 e il 3%. Persino la ricca Norvegia ha introdotto la concorrenza nel suo welfare state. E l’Islanda ha liberalizzato i mercati, ha abbattuto le tasse sia per le imprese sia per i cittadini e ha privatizzato molto, con il risultato che nell’ultimo decennio è cresciuta nove volte di oltre il 4%. Riforme e ristrutturazioni, insomma. Uno studio realizzato di recente dalla società di consulenza italiana Ambrosetti ha stabilito che, sulla strada dall’Agenda di Lisbona - quella che avrebbe dovuto aprire i mercati per fare della Ue un’area economica di grande dinamicità - i Paesi «molto veloci» nel cambiamento, tra i 15, sono solo Danimarca e Svezia e l’altra economia nordica, la Finlandia, è nel gruppo dei «veloci» assieme a Olanda e Regno Unito (Norvegia e Islanda non fanno parte della Ue): il resto è in ritardo (l’Italia tra i «molto lenti»). Il Modello nordico, insomma, racconta che la chiave del successo economico sono le riforme che aprono il mercato. «Da Copenhagen - dice Moth Greve - il suggerimento che si può dare all’Unione europea è di essere meno spaventati dalle liberalizzazioni. È quella la strada: il Modello Nordico ad alto welfare state è dei Paesi nordici, dipende dalla loro cultura, non credo si possa esportare. Si possono prendere idee, ad esempio le riforme fatte negli ultimi anni». Avere un forte Stato sociale conta nel senso che rende meno doloroso il cambiamento, ma esso stesso è in via di ridefinizione in tutti i Paesi del Nord Europa.Nordic Model 2, il sequel, è meglio del primo film. Fonte: Danilo Taino – Corriere Economia

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