La guerra dei marchi No profit

sin lucroLa guerra dei marchi No profit
Un mercato da oltre un miliardo di euro e sempre più affollato, dove migliaia corrono per il 5‰
Di Massimiliano Cocozza

L’offerta arriva via posta. Nelle nostre cassette postali oramai troviamo pubblicità di ogni tipo, dai cosmetici ai prodotti alimentari fino ai depliant per adottare a distanza un bambino o costruire scuole o villaggi in qualche Paese in via di sviluppo. Questo è l’incontro che, nell’economia, è avvenuto tra due mondi e due filosofie, quello del profit e quello del no profit. Tra le organizzazioni che hanno come fine della propria attività il raggiungimento di un guadagno da redistribuire ai propri soci e quelle che questo obiettivo invece non l’hanno. Poco per volta queste due parti hanno finito in molti casi per sovrapporsi, con l’ingresso di operatori del profit nel no profit e, viceversa, con l’ingresso degli operatori senza fini di lucro in attività tipiche delle aziende che più conosciamo. Dando il via a un ripensamento generale.
In fondo tutti vogliamo sentirsi “buoni”. L’evoluzione è stata importante. Siamo ancora abituati a pensare al no profit socio-assistenziale e sanitario, ma oggi è completamente cambiato ed è laico, si occupa di cultura, di sport, di musica, di consumatori, fino ad arrivare alla produzione vera e pripria. Con l’arrivo, poi, dell’impresa sociale, riconosciuta nel 2005 anche se non ancora del tutto operativa, ci si è avviati sulla strada del "capitalismo del no profit"». Con uno dei temi dominanti di questa economia: la raccolta dei fondi. Come gli utili sono il paramentro di riferimento delle aziende profit, così la raccolta fondi è la voce cui guardano le no profit. Ma in un mercato sempre più affollato e nel quale sono in campo colossi internazionali del no profit e sono entrati protagonisti di grandissimo peso dell’economia tradizionale, è diventata più forte la concorrenza. Che richiama, o impone, concetti tipici del mondo profit: l’efficienza, la massa critica, il marketing. Oltre, naturalmente, a un buon «prodotto », cioè al servizio che la singola organizzazione ha scelto di dare. Se si guarda come si muovono, per esempio, le fondazioni d’impresa si vede che iniziano ad agire come «fondi dei fondi», dirottando i loro finanziamenti sugli organismi che reputano «capaci di operare secondo criteri di efficienza, autonomia e sostenibilità » (dallo statuto di Fondazione Dynamo, emanazione del gruppo Intek).
L’immagine del marchio garantisce risultati. Farsi largo. Basta pensare alle migliaia di associazioni che concorrono per il 5 per mille. Ed ecco un altro tema che emerge nel no profit: il marchio e l’investimento sulla sua immagine. Nomi come Unicef, Emergency, Acli, Wwf, Telethon, per citarne alcuni, hanno una immagine che, se ben mantenuta, può alimentare la raccolta. Con fini diversi da quelli delle società profit ma con modalità che non hanno niente di diverso da quelle messe in campo dalle aziende del design, della moda, dell’industria più in generale, della finanza. La raccolta fondi porta poi con sè l’ormai molto dibattuto argomento della tracciabilità di questi fondi: vanno davvero sul progetto per il quale erano stati devoluti? O finiscono in spese di strutture ridondanti e rimborsi spese?
No profit e ambiente.Negli ultimi anni la richiesta di una risposta all’inquinamento ambientale, dopo il disastro del Trattato di Kyoto, si è fatta sempre più necessaria. Alcuni stati hanno approvato la detassazione dell’acquisto di crediti di carbonio per preservare le foreste esistenti e prima fra tutte quella amazzonica o per la riforestazione. Molti altri paesi si stanno aggiornando perché si è capito che intanto per il pianeta bisogna fare qualcosa subito. Ecco quindi affacciarsi sul mercato le nuove e meno nuove Onlus che si occupano di salvaguardare ettari di foresta. In questo caso non ci sono dispersioni poiché i fondi sono investiti in acquisto di aree da preservare come foresta vergine e come tali documentati, vedere ad esempio www.carboncurrencyfoundation.org/it/ .
Una ricerca a campione. Il Corriere della Sera ha pubblicato una ricerca effettuata su di un campione di 48 realtà Onlus italiane, di cui ha analizzato i bilanci, rilevando lo sviluppo di proventi annui che raggiungono il miliardo di Euro annui. Del campione sono stati esaminati bilanci, statuti, organigrammi e siti Internet con l’obiettivo di avere la fotografia delle diverse organizzazioni. Gli analisti hanno lavorato sui due fronti separatamente ma hanno portato conclusioni del tutto convergenti su ciascun singolo organismo. Considerando che le associazioni segnalate dallo stato, mediante pubblicazione sulla “Gazzetta Ufficiale”, come destinatarie del 5 per mille, sono circa 20mila, stiamo parlando di un settore economico che ha il suo peso.Il Corriere ha esaminato le aziende leader, questo è un dato, ma se guardiamo le cifre ci rendiamo conto dell’importanza di questo mercato.
Le cifre del No Profit italiano. La sola Croce Rossa Italiana “muove” 367,7 milioni di euro l’anno, l’airc-Firc (ricerca sul cancro) 76,3 milioni di euro, l’ Unicef Italia 56 milioni e Telethon 41 milioni. I bilanci includono Fondazioni, Associazioni Onlus fra le quali spiccano i 36 milioni annui di Action Aid, i 22 milioni della Lega del Filo D’oro, i 35 milioni di Lilt, ma ci sono anche i 32 milioni di Medici Senza Frontiere i 20 milioni del WWF ed i 10 milioni di Telefono Azzurro.Insomma per farla breve parliamo di un mercato di proventi che è pari a 603 milioni di euro l’anno per un totale di attività di 763 milioni di euro, solo del campione della ricerca realizzata dal Corriere.
Costi e menagement Non dimenticando l’attenzione ai costi e ricordando che se da una parte il ricorso a certificatori esterni dà una maggior garanzia e aggiunge in immagine, dall’altra può appesantire i costi generali a discapito dell’oggetto sociale. Costi che certamente vengono resi più imponenti dalla duplicazione delle cariche, a volte davvero esasperata, che si trova in certe strutture capillarmente distribuite sul territorio. Incarichi che sono gratuiti, ma generano complessità e costi amministrativi di mantenimento della struttura. Quello che, intanto, già si vede è che, magari lentamente, è iniziato una sorta di mercato dei manager. Come dimostra il caso, recentissimo, di Anna Venturino, oggi direttore generale della Fondazione Oliver Twist di Leonardo Del Vecchi e fino a poco tempo fa in Umana Mente con lo stesso incarico.In fondo sembra che i privati e le imprese preferiscano donare a delle giuste cause piuttosto che al governo e poi é tutto deducibile dalle imposte!

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