Kenia? Investire sì, ma attenzione

investire keniaKenia? Investire sì, ma attenzione
Di Francesco Giappichini

Riserva nazionale di Shaba, in Kenia, a 250 chilometri dalla capitale Nairobi. Una coppia di turisti svizzeri è stata aggredita da una banda di rapinatori, che ha ucciso il loro autista e ferito gravemente la donna. E questa volta le famigerate milizie di Al Shabaab non c’entrano niente, ma si stratta del triste fenomeno della criminalità comune che è in continuo aumento. Le autorità hanno subito iniziato una serrata caccia all’uomo per dare ai banditi un segnale di reazione e rassicurare i tanti stranieri residenti nel Paese africano, tuttavia, al di là della comprensibile volontà di sdrammatizzare, l’episodio è solo l’ultimo di una lunga serie che negli ultimi due mesi sta letteralmente terrorizzando tutti, senza distinzione di nazionalità. Giova in questa sede ricordare il rapimento della turista britannica Judith Tebbutt, con l’assassinio di suo marito, nell’isola di Lamu, e quello altrettanto tragico della francese Marie Dedieu (la 66enne, paraplegica, è infine deceduta nelle mani dei rapitori). E infine non va dimenticato il rapimento di 3 operatori di Medici senza frontiere, nel campo profughi di Dadaab. Tutto ciò è un peccato, perché il mercato della Nazione dell’Africa equatoriale è sempre più dinamico, sia nel settore immobiliare, sia in quello dell’import export, grazie alle cosiddette Zone per il trattamento dell’esportazione (Epz). Esiste, infatti, un interessante progetto, gestito dalle Autorità delle Zone per l’esportazione (Epza), che non solo offre investivi fiscali e riduce la pastoie burocratiche, ma abbassa e velocizza anche i costi delle operazioni. Il Governo del Paese punta, infatti, in questa fase, ad attrarre i capitali d’investimento produttivo, creare occupazione, e a importare tecnologia. Sempre per raggiungere questi obiettivi, i kenyoti portano avanti una politica di liberalizzazione economica che passa attraverso tutta una serie di misure concrete: dall’abolizione delle licenze d’importazione, sino all’abolizione dei prezzi del controllo valutario e alla privatizzazione delle industrie pubbliche. Dalla detrazione del sessanta per cento sugli investimenti nell’industria manifatturiera e alberghiera, sino all’esenzione dai dazi doganali – per l’ingresso nel Paese – sugli effetti personali, a beneficio di chi acquista una residenza in loco. E non dimentichiamo che l’investimento offre l’accesso ai mercati dell’East Africa community (Eac), l’unione economica comprendente Kenya, Tanzania e Uganda, ove vivono novantatre milioni di consumatori. Il problema maggiore continua quindi a essere la criminalità, con la litoranea Malindi ridotta a una sorta di raggruppamento di mega-carceri, e Nairobi che continua a mostrare il suo volto poco sicuro. «Su questa città», può leggersi ad esempio sull’ultima edizione della Lonely planet, «pesa una reputazione poco rassicurante e la maggior parte dei visitatori arriva e riparte il più in fretta possibile». Sicuramente la capitale – dal clima non idilliaco e spesso freddo – richiede allo straniero molte più cautele rispetto ad altre grandi città, ed è senz’altro difficile non sentirsi a disagio una volta che i negozi hanno chiuso le serrande e le strade si sono svuotate, al calare del buio. E nell’aria sinistra le aggressioni rappresentano un rischio molto concreto. In questa sede basterà ricordare che è considerata la città più pericolosa di tutta l’Africa. Un po’ meglio va a Mombasa, il centro urbano più grande della costa, e il principale porto dell’Africa orientale. La città è abbastanza sicura, se paragonata a Nairobi, ma anche qui le strade si svuotano rapidamente al calar del buio: per andare al giro di sera è meglio spostarsi in taxi anziché a piedi. Come se non bastasse, tra i kenioti di fede musulmana sono diffusi sentimenti antioccidentali, ben esplicitati dalle t-shirt che inneggiano all’ormai defunto Osama bin Laden.

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