Investire in Turchia? Sì, grazie!

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Di Francesco Giappichini

Un’opportunità per investire nell’Europa del terzo millennio? Per fruire di un mercato ancora non saturo – ma al contrario, in continua espansione – senza allontanarci troppo dalla rassicurante – almeno senza considerare le turbolenze di questo ultimi meni – Unione europea? La risposta è univoca: la Turchia – ave già operano 25mila aziende con capitale estero – che nei prossimi anni dovrebbe aderire a pieno titolo al blocco europeo. Ma andiamo con ordine. Il prodotto interno lordo (pil) della Nazione per metà europea e per metà asiatica – sedicesima economia al mondo – sta crescendo a ritmi se non altro promettenti quanto sostenibili: dai 230 miliardi di dollari del 2002 si è passati ai 736 dello scorso anno, per un aumento medio reale del 4,8 per cento negli ultimi 8 anni. Le prospettive per il «sistema Turchia» nel suo complesso sono brillanti: si stima che l’economia turca in termini reali, tra quest’anno e il 2017, crescerà a ritmi del 6,7 per cento annuo, tasso che in quest’arco temporale non avrà eguali tra gli stati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici (Ocse). Qualche altro numero per chi avesse ancora timori a trasferire i propri capitali sulle rive del Bosforo? Eccovi accontentati. Secondo la Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad, United nations conference on trade and development) sarebbero affluiti, negli ultimi 8 anni, ben novantaquattro miliardi di dollari in investimenti diretti esteri (ide) nel Paese, che occupa il quindicesimo posto al mondo (i dati si riferiscono al triennio 2008 – 2010) nel ranking delle nazioni più attraenti per gli investimenti internazionali. Le esportazioni superano quota 114 miliardi di dollari, e il loro tasso di crescita, tra il 2002 e il 2010, è stato pari al 225 per cento. E tuttavia consigliamo la Turchia soprattutto per il valore aggiunto rappresentato dalla sua popolazione, che si badi bene, supera i settantaquattro milioni di persone. I turchi sono giovani – la loro età media è di soli ventinove anni, numeri impensabili nelle altre realtà europee – e soprattutto molto istruiti: vi è mezzo milione di laureati, provenienti da 156 atenei. E poi non va dimenticato il sistema fiscale, favorevole senz’altro per chi intenda avviare una nuova attività d’impresa: l’imposta sul reddito delle società varia dal trenta al venti per cento, mentre quella sul reddito delle persone fisiche dal quindici al trentacinque. Tutto ciò senza considerare tutta la vasta gamma d’incentivi,
che beneficiano chi investe nelle cosiddette «Zone per lo sviluppo tecnologico», nelle «Zone industriali» e nelle «Zone franche». La normativa al riguardo è molto varia, ma può giungere sino a prevedere riduzioni dell’ottanta per cento sugli oneri previdenziali, o addirittura l’esenzione totale o
parziale dalla suddetta imposta sul reddito delle società. Un altro dato che dovrebbe favorevolmente sorprendere i nostri lettori è l’aspetto riguardante le pastoie burocratiche, che tanto penalizzano impresari e liberi professionisti nel mondo intero: ebbene, in Turchia sono necessari solo 6 giorni per costituire una società, rispetto ai tredici che ci vogliono in media nell’area Ocse. Infine un cenno sulle infrastrutture, che dovrebbero far ricredere chi pensa che di trovarsi di fronte ad una Nazione ancora arretrata: quelle che si riferiscono al trasporto marittimo sono ben sviluppate e a basso costo, mentre il trasporto ferroviario è molto vantaggioso sia verso l’Europa centrale e che orientale.

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