Indonesia? Un’opportunità

Indonesia? Un’opportunità
Di Francesco Giappichini

La notizia ha fatto il giro del mondo e sta lì a dimostrare la vitalità del mercato indonesiano e la sua capacità di attrarre investimenti: Xpress money, azienda che si occupa di trasferimenti internazionali istantanei di denaro, ha esteso la propria rete commerciale in Indonesia. Si è, infatti, alleata con l’impresa locale Dhasastra indonesian remittances, dando così vita ad un’alleanza che comporterà tra l’altro la creazione di quattromila nuove agenzie, che si andranno ad aggiungere alle ottomila già esistenti. E nei giorni nostri può convenire a un privato o una società di piccole o medie dimensioni espandersi nel Paese asiatico, che rappresenta, giova ricordarlo, la quarta economia del continente asiatico? La risposta di “Investire nel mondo” è sì, specie considerando la circostanza che Giacarta consente agli stranieri – si badi bene anche ai non residenti – di possedere l’intero pacchetto azionario di una società nazionale di nuova costituzione. E se è vero che ogni investimento richiede l’approvazione di un organo pubblico – che esaminerà sia le domande di joint venture che d’investimento totalmente straniero – va anche aggiunto che la normativa in vigore consente acquisizioni in ogni settore. Eccezion fatta, lo diciamo subito, per quelli della “negative list”, ove appunto le prerogative per gli stranieri sono limitate o precluse: si tratta dei “soliti” settori d’importanza strategica – dai porti agli aeroporti, sino agli acquedotti – che nella quasi totalità delle aree economiche mondiali sono riservati ai gruppi economici nazionali, se non addirittura allo Stato. Esiste comunque l’obbligo, per la società straniera, di cedere entro quindici anni il 5 per cento del proprio capitale a un’entità indonesiana. L’aspirante investitore potrebbe essere inoltre attratto dalle zone franche, tra cui segnaliamo quella dell’isola di Batam, mirata ad attrarre manifatture a intensa manodopera. La vera svolta tuttavia, a nostro parere, è rappresentata dalle recenti riforme politiche, volte sia alla liberalizzazione di vari settori economici (qui basta segnalare la distribuzione e il commercio all’ingrosso), sia alla semplificazione delle procedure burocratiche imposte agli stranieri. Un dato? Il debito pubblico locale rappresenta solo il ventinove per cento rispetto al prodotto interno lordo (pil): percentuale minima, se solo pensiamo alle questioni di casa nostra. Naturalmente il nostro aspirante investitore dovrà essere anche a conoscenza dei pericoli e dei problemi di una terra ove sta crescendo «un Islam militante e fondamentalista», per dirla col presidente degli Stati uniti Barack Obama, che nella Nazione dell’Estremo oriente trascorse la propria infanzia. «Oggi i partiti islamici costituiscono uno dei più grossi schieramenti politici», racconta il Capo della casa bianca su “L’audacia della speranza”, «e molti invocano l’imposizione della sharia, la legge islamica». E soprattutto, prosegue il presidente, «l’Indonesia costituisce un’utile metafora del mondo oltre i nostri confini: un mondo in cui globalizzazione e fanatismo, povertà e opulenza, antico e moderno entrano in collisione. L’Indonesia fornisce anche un efficace campionario della politica estera statunitense degli ultimi cinquant’anni».

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