Finché c`è guerra c`è speranza: il business della guerra

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I mercenari ci sono sempre stati, ora impegnati in campagne di liberazione dalle dittature, ora atti a evitare danni o incursioni all’interno di aziende particolarmente a rischio, quali solo le imprese petrolifere impegnate nel sud e nell’ est del globo. La guerra e i numerosi focolai di ribellione degli ultimi vent’anni hanno però cambiato il modo di pensare di queste aziende, facendo dei conflitti armati un vero e proprio business della guerra, intimamente legato al traffico d’armi e sovvenzionato da diversi Paesi, non da ultimo gli Stati Uniti d’ America.
Dopo l’embrionale sviluppo in Sud Africa, proprio l’ avvento delle due presidenze Bush tendono quasi ad istituzionalizzare il business della guerra, rendendo le aziende private di mercenari veri e propri colossi mondiali, capaci di partecipare ed intervenire in qualsiasi scenario di guerra ed eliminando anche il problema del traffico d’ armi, attraverso coperture governative molto discutibili. Mentre il Sud Africa promuoveva una nuova legislazione, che condannava pesantemente questo tipo di attività, le grandi aziende di mercenari spostavano il business della guerra in altri Stati, dove ulteriori coperture politiche gli permettevano di perpetrare le proprie attività ed il traffico d’ armi, fondamentale per chi nella guerra ha il proprio business.
Proprio il traffico d’armi continua, attraverso la pratica costante di accumulare ogni tipo di armamento, leggero e pesante, per difesa personale e da combattimento, lungo le coste africane, su piattaforme o barconi che stazionano, stabilmente, in acque internazionali, per sfuggire ai controlli che le stesse Nazioni Unite hanno predisposto senza alcun riscontro, grazie anche all’ interessamento degli stessi Paesi membri, che spesso e volentieri hanno utilizzato mercenari nelle proprie guerre e che dal business della guerra hanno tratto grossi finanziamenti e si sono assicurati anche la rielezione politica.
Il business della guerra non conosce limiti né decrescita, soprattutto per tutte quelle società di sicurezza privata, quindi di mercenari, che dopo aver trasferito la propria sede in Paesi importanti, come gli Usa, la Gran Bretagna e gli Emirati Arabi, adesso iniziano a pensare di quotarsi in borsa, quindi di rendere effettivo e aperto alle dinamiche economiche il business della guerra, un mercato che, considerate le tensioni acuitesi nell’ ultimo decennio, non avrà di certo alcun momento di crisi. L’ eventuale quotazione in borsa comporterebbe quasi un rendere lecito il traffico d’ armi, cosa che nei fatti oggi avviene, quando ad esempio gli Stati Uniti decidono che possano essere fornite a ribelli o mercenari risorse che li aiutino nell’ espletamento di quelle funzioni per cui vengono impiegati sul territorio, come la guerra in Libia per la deposizione di Gheddafi, che in barba a qualsiasi principio internazionale, ha visto anche l’ Italia impiegata in prima linea per il conferimento di armi ai ribelli.
Quando e se il business della guerra sarà quotato in borsa attraverso la compravendita di azioni che fanno capo alle aziende che operano nel campo dei mercenari, il traffico d’armi e la guerra saranno divenuti parte inscindibile dell’economia mondiale, con i risvolti che sono già sotto gli occhi di tutti.

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