Esportare il vino in Cina

italyEsportare il vino in Cina

Paese che vai e usanza che trovi, come la gran parte dei detti popolari tramandati dalla tradizione orale, quasi sempre è corretto. Ma in Cina, ferme le ferree tradizioni di un popolo che ormai ha ampliamente superato quota un miliardo di unità, le richieste del pubblico si allargano, come ogni economia in piena espansione. Accade allora che il vino in Cina diventi una vera attrazione, prima donna di pranzi e cene dove è la moda, status symbol di ricchezza e agiatezza.Esportare in Cina anche questa tipologia di prodotti, rompe un tabù durato decenni, spalancando le porte ad un mercato in costante crescita e che, almeno in questa fase, non conosce flessioni.È proprio questa la domanda che si pongono diversi produttori ed esperti del settore, posti innanzi alle scelte di alcuni professionisti dell’enologia, che hanno già preso la decisione di delocalizzare o comunque avere un proprio avamposto in territorio cinese.Il vino in Cina per adesso appare come un business florido, capace, secondo le previsioni, di incrementarsi di un ulteriore 50% nel prossimo triennio, fino al 2015.Ma il mercato terrà alta la richiesta, oppure lascerà diverse aziende con pesanti perdite dovute ai costi di trasferimento e gestione? Non è facile prevederlo, per la volubilità ed i facili cambiamenti dovuti ad infatuazioni temporanee.È anche vero che le mode alimentari occupano in genere cicli molto brevi e che quella del vino in Cina invece pare durare più del dovuto, lasciando comunque soddisfatti gli operatori del settore.Sulla questione di esportare in Cina però, soprattutto tra gli addetti ai lavori, pare ci siano due scuole di pensiero diverse e contrapposte: da un lato chi ritiene che certi prodotti, molto pregiati e presenti in numero esiguo, vadano preservati dalle mode del momento, quindi destinati ai soliti mercati americani ed europei; su posizioni diametralmente opposte gli innovatori, che ritengono il vino in Cina un’opportunità da non lasciarsi sfuggire, ora più che mai, con l’economia mondiale asfittica e sempre meno persone disposte a spendere più di duemila euro per acquistare un vino di prim’ ordine.In effetti è il partito dei favorevoli che prevale sugli scettici, perché il mercato è sempre più globale ed interconnesso ed uno sbocco, qualunque esso sia, innanzi a segnali cosi forti di apprezzamento per il prodotto, va incoraggiato, coccolato, studiato e cementificato nella costanza dei consumi. In Cina il made in Italy ed in genere la produzione di qualità, viene esaltata e tenuta in grande considerazione, quindi vale la pena tentare, magari attraverso una società offshore costituita a Panama e operante sul mercato cinese.Un ipotetico intermediatore tra domanda e offerta, con sede in Italia, per andare ed esportare in Cina, dovrebbe effettuare tante di quelle operazioni, soggette a tasse e prelievi erariali per il commercio con il Paese del Sol Levante, che anche margini molto ampi si ridorrebbero all’osso.Costituendo invece una società a Panama, potrebbe tranquillamente effettuare tutte le operazioni commerciali in modo rispettoso delle normative vigenti, senza però dover lasciare il 50% del proprio reddito in mano al fisco, permettendo magari maggiori investimenti e maggiori ricavi in un mercato, come quello del vino in Cina, di sicuro successo.

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