Brasile paradiso dell’auto

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Di Francesco Giappichini

Il Brasile si sta confermando sempre più un paradiso per le grandi aziende dell’auto, poiché se da un lato è vero che vendite del mese di ottobre hanno fatto registrare un calo del 10 per cento rispetto a settembre, va segnalato che tutto ciò è dipeso essenzialmente vuoi dagli effetti dell’Imposta sui prodotti industrializzati (Ipi), volta a salvaguardare la produzione nazionale, vuoi da quelli della recrudescenza della crisi finanziaria internazionale, che non poteva lasciare indenne il Brasile. In realtà, osservando le dinamiche di questo settore del mercato in una prospettiva più a lungo termine, si vede che l’evento più importante è stato rappresentato dall’annuncio della Bmw che, come scrive il mensile “Quattroruote” sul reportage dal titolo «La terra promessa», ha «ammesso l’apertura entro breve di una fabbrica nell’area di San Paolo». L’annuncio dello sbarco in terra brasiliana segue di qualche settimana l’analoga decisione della Nissan, che ha comunicato l’intenzione d’inaugurare una testa di ponte produttiva nei pressi di Rio de Janeiro. Lo stabilimento, la cui attività inizierà nel 2014, avrà una capacità annua di 200mila veicoli e produrrà la Micra (che ora nasce in India). La mossa della Casa giapponese si aggiunge a quella della sorella Renault, che qualche giorno prima aveva annunciato di voler investire ulteriori 285 milioni di dollari nell’impianto (già attivo) nel Paranà. A completare il quadro degli ultimi mesi, anche la cinese Chery ha detto che l’anno prossimo avrà una fabbrica da 50mila pezzi l’anno vicino a San Paolo; e pare imminente la notizia dell’apertura di un impianto della Jac nello Stato di Bahia. Il nuovo Bengodi. Il Brasile, insomma, è diventato la nuova terra promessa per chi produce automobili, fors’anche più della Cina, che ora, dopo anni di furiosi investimenti, inizia a soffrire di sovraccapacità produttiva. L’invasione da parte degli stranieri, di là delle ovvie considerazioni sulle brillanti prospettive di un Paese spesso alle prese con repentine crescite e brutali cadute (la finanza ricorda ancora il crac di fine Anni novanta), indica come nei prossimi anni la lotta fra le case per la supremazia mondiale si giocherà sotto l’equatore. Se già oggi il mercato vale quasi 3,7 milioni di auto l’anno, entro quindici anni le vendite supereranno i 6 milioni. Così, chi in Brasile c’è già da qualche tempo inizia a preparare le proprie contromisure per arginare l’offensiva degli arrembanti protagonisti. Il Governo di Dilma Rousseff ha, infatti, approvato un pacchetto di provvedimenti che prevede, tra l’altro, l’aumento di trenta punti percentuali dell’esistente imposta sui prodotti industriali, da cui sono esentate soltanto le macchine provenienti dal Mercosur, dal Messico oppure con un contenuto di componentistica locale superiore al sessantacinque per cento. In parole povere, è una sovrattassa voluta per porre un freno alle importazioni di vetture extra-americane, soprattutto coreane e cinese (la Jac ha già l’undici per cento dell’import) e così favorire l’industria brasiliana. Non pochi hanno interpretato il decreto come un omaggio protezionistico a Fiat, Volkswagen, Gm e Ford (in ordine d’importanza), che sembra abbiano fatto energicamente valere con la premier i diritti di proto investitori. Al di là dei costruttori asiatici, i nuovi arrivati lamentano che quel sessantacinque per cento di contenuto autoctono si raggiungerà per forza di cose fra parecchio tempo.

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