Parla il guru delle «scatole cinesi» Intervista a Giovanni Caporaso Gottlieb

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Di Nello Scavo / Avvenire (scaricare la pagina di Avvenire in PDF)

«Frodi fiscali? Qui sono protetto»

Immagine paA giudicare dalle precauzioni che prende prima di ogni contatto – email criptate, cellulari dai svariati prefissi, niente computer né documenti nella valigetta –, l’avvocato Giovanni Caporaso Gottlieb sa di essere uno dei principali nemici del Fisco italiano. «L’ Italia – scandisce – è piena di gente che non può e non vuole pagare lo scotto di mezzo secolo di malgoverno, di allegra spesa pubblica, di speculazioni bancarie e di borsa. Qui a Panama si paga il 7% di Iva e l’evasione fiscale è pressoché inesistente». A lui piace sentirsi definire come «il guru dell’off-shore». Agguantare la sua lista clienti vorrebbe dire mettere nel sacco centinaia di insospettabili evasori fiscali. A pochi passi dalla vertiginosa Revolution Tower, il grattacielo a spirale che domina il distretto del lusso, l’avvocato italopanamense dirige il "Caporaso & Partners Law Office", un esclusivo studio legale con sedi anche in Svizzera, Lussemburgo e Repubblica Dominicana, dov’è segretario generale dell’influente Associazione dei residenti ed investitori stranieri.

Chi è e quanto "spende" il suo cliente tipo?

Il 90% del nostro lavoro è dedicato a investitori europei, specialmente italiani. In genere, si tratta di piccoli imprenditori, tra i 20 e i 60 anni di età, ma anche banche, finanziarie e studi legali o tributari. L’investimento iniziale parte da un minimo di 30mila a un massimo di 200 mila euro. I clienti del nostro network provengono da tutti i continenti, anche se la maggiore concentrazione è in Europa e Usa.

Negli ultimi mesi il ricorso alla sua "consulenza" è aumentato?

Sì, e abbiamo riscontrato un numero quasi raddoppiato di persone che si dicono impaurite dalla situazione economica e dal giro di vite del Fisco. Molti di questi si dichiarano disposti ad aprire attività economiche fuori dall’Italia e perfino a prendere residenza all’estero.

Quanto costa dotarsi di una protezione off-shore?

Dipende dai Paesi e dalla tipologia di società scelta. Il tariffario va dai 700 euro più tassa annuale e delega plenipotenziaria per un totale di 1.180 euro (nostro prezzo base) ai 4mila euro per le società di gestione di giochi d’azzardo, fino ai 6mila euro per la creazione di finanziarie.

Come funziona il sistema delle "scatole cinesi"?

Servono solo quando è necessario rendere anonima la proprietà di un’azienda. Per "anonima" intendiamo non riconducibile ad alcuno in via civile. Le "scatole cinesi" possono essere tante quante ne occorrono al caso specifico del cliente. La formula più semplice è creare una piccola holding che fa capo al cliente (con base a Panama, Dominica, o nello stato Usa del Delaware) e con questa acquistare ulteriori società e/o quote di altre fiduciarie. Così anche un’azienda italiana può essere rilevata da una mini holding panamense.

Non teme di venire incastrato, prima o poi, dalle autorità Italiane?

E come potrebbero? Io ho il passaporto panamense e la nostra attività, qui, è perfettamente legale, rispettata anzi. E certo non ostacolata.

Nota dell’intervistato: I titoli non sono parte della conversazione, questi sono generalmente posti, nei giornali, da persone addette a questo, con lo scopo di attrarre l’attenzione dei lettori. 

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Avvenire,  pagina: A03, Finanza e Regolamenti - Venerdí, 24 febbraio 2012

Panama, festa per la crisi: arrivano gli evasori italiani

Viaggio in uno degli Stati più opachi per i movimenti finanziari Garantito anonimato completo: con 1.180 euro si costituisce una società esentasse, investendo almeno 175mila dollari si ottiene anche il passaporto locale Stime parlano di 51 miliardi di dollari depositati
Di Nello Scavo, Inviato a Panamá

Anche sulle coste di Panama si è abbattuto lo tsunami della crisi economica. Un cataclisma accolto come una benedizione: gli investimenti esteri sono lievitati dagli 1,7 miliardi di dollari del 2009 ai 2,5 del 2011. È un mondo alla rovescia quello di Panama City, la capitale mondiale dei patrimoni off-shore. Il paradiso esentasse popolato da 120 istituti bancari nei quali mettere al sicuro quei quattrini che, per stare all’Italia, l’Agenzia delle Entrate vorrebbe far emergere dagli abissi dell’economia in nero. Gli esperti del ramo ricevono dall’Italia ogni genere di richiesta. Dall’idraulico di 38 anni che non sa più «come nascondere – si legge nell’ultima mail mandata a un’agenzia tributaria panamense – il fatturato in nero che rappresenta due terzi del mio reddito reale di 200mila euro all’anno». Fino al dentista di Bologna «con 30 anni di esperienza, sposato con una docente universitaria: vorrei trovare il modo – scrive nel fax appena trasmesso – per trasferire la proprietà dello studio medico in un Paese che non ci rapini con le tasse». Una risposta si trova quasi sempre. «La facilità di creazione e gestione delle società e fondazioni di diritto panamense – informa lo studio legale Dell’Aiuto, con sede a Roma, Bucarest, Taiwan e Panama –, è uno strumento a disposizione di imprenditoria e privati non solo come mezzo operativo, ma anche per la protezione del patrimonio». Dal 1932 Panama è il paradiso fiscale per antonomasia, un "tax haven" diventato uno dei maggiori centri finanziari del mondo. Stime semiufficiali (le autorità locali, infatti, non forniscono questo genere di informazioni) parlano di depositi bancari per oltre 51 miliardi di dollari. Le società off-shore di Panama offrono ai soci il più completo anonimato. Operando da un territorio "fuori bordo" si riesce a limitare la responsabilità degli azionisti tagliando o azzerando il carico fiscale. Agli italiani fare business tra un grattacielo e un chiosco di frutta tropicale piace parecchio. Ogni anno quasi 15mila nostri connazionali si recano sulle coste a pochi passi dal celebre Canale navale. Il 33% di essi, stando al centro di statistica panamense, arriva per affari. E gli affari a Panama si fanno soprattutto in banca. Il 24,5% del capitale straniero sbarcato nel 2011 è stato destinato al settore del credito, il 16,4% verso la Zona Franca di Colon, il 59,1% è ad altre attività imprenditoriali private, tra cui le migliaia di finanziarie offshore. Le tariffe, del resto, invogliano. Per costituire una società a tasse zero «il prezzo, in rapporto ai vantaggi – dicono i legali della "Opm Corporation", specializzata in "alleggerimento" fiscale – è irrisorio: 1.180 euro tutto compreso». La gestione ha costi alla portata di chiunque: poco più di 150 euro l’anno per la delega generale notarile e il pagamento di una imposta annuale unica per circa 500 dollari (390 euro) a partire dal secondo anno di attività. Nient’altro. Il trucco c’è, ma è pressoché impossibile venirne a capo. Merito di un sistema normativo che blinda i nomi degli investitori-evasori attirando capitali con tariffe per ogni tasca. Alle autorità locali i nomi non interessano. Le società panamensi non hanno obbligo di presentare bilanci né dichiarazione dei redditi e possono essere amministrate da qualsiasi parte del mondo. Volendo, si può ottenere l’anonimato assoluto, nascondendosi perfino alle stesse autorità panamensi: i nomi dei dirigenti della società fittizia vengono forniti dallo studio legale, unico depositario di una verità che con le leggi attuali non può essere rivelata neanche alla banca centrale. «La Repubblica di Panama è una giurisdizione estremamente innovativa e flessibile dal punto di vista del diritto societario. Le Società Anonime (S.A.) hanno uno statuto "generico", quindi – spiegano dallo "Studio legale internazionale", con uffici anche in Lussemburgo, Svizzera e Canarie – adatto a ogni attività, inclusa quella marittima, e possono essere incorporate in pochi giorni». Per chi desidera proteggere i propri investimenti dalla tassazione selvaggia, la «migliore opzione é quella di prendere la residenza all’estero – suggerisce ancora "Opm Corporation" –: in un paradiso fiscale o in un Paese terzo e poi operare da un paradiso fiscale». I costi, in questo caso, vanno dai 3mila ai 5mila euro, a seconda che si tratti di Città di Panama o della Repubblica Dominicana. Per attirare nuovi e facoltosi cittadini, Panama offre un programma che permette di ottenere il passaporto locale a patto di lasciare sotto il sole dei tropici almeno 175mila dollari, depositati in un conto del Banco Nacional. Tutto sommato, un buon affare. La banca centrale garantisce infatti un interesse annuale superiore al 5%, pari a una rendita di circa 750 dollari mensili, abbastanza per pagare due domestici locali. Appena qualche giorno fa, un rapporto della Guardia di Finanza della Lombardia segnalava che «per i gruppi societari «è forte la tentazione di mettere in atto manovre antitasse». La pratica più diffusa è proprio quella delle «triangolazioni fra più società, spesso collocate in Paesi diversi», le cosiddette esterovestizioni, costruite per aggirare la normativa fiscale. E a Panama la «fiesta» è appena cominciata. 

BOX AZZARDO ONLINE
Seimila euro per aprire un casinò su internet
Seimila euro e trenta giorni d’attesa. Tanto occorre nella Repubblica Dominicana per aprire una Società anonima autorizzata ad operare nel gioco d’azzardo su internet. Alcuni "studi legali" offrono il pacchetto chiavi in mano. Operando da un territorio offshore si riesce a limitare la responsabilità degli azionisti riducendo o annullando, in molti casi, il carico fiscale. In teoria sui proventi bisognerebbe pagare il 30% di tasse. La legge, però, è costruita in modo da essere facilmente aggirata. Il conto bancario normalmente viene intestato alla società madre e la succursale non appare operativa, perciò la dichiarazione dei redditi in Repubblica Dominicana può essere presentata come «senza operazioni». Le entrate nel conto della società principale, dunque, saranno 100% esentasse. Queste società hanno come oggetto sociale il gioco d’azzardo, ma per non incorrere in sanzioni devono proibire le scommesse ai residenti del Paese in cui sono costituite. Con la licenza per i giochi a scommesse e a puntate si possono proporre online il videopoker, il calcioscommesse, la roulette e quant’altro si pratica nei casinò. Il banco, si sa, vince sempre.(N.S.)

BOX DOPPI NOMI
Società omonime per confondere il fisco
Quello del "doppio nome" è un vecchio trucco che funziona sempre. Si tratta di incorporare due società con lo stesso nome, una in un paradiso fiscale ed una in un Paese a bassa tassazione e senza grandi controlli (come Svizzera o Repubblica Dominicana). La prima apre i conti in banca, cioè movimenta il capitale. La seconda é quella di facciata. Uno specchietto per le allodole che emette fatture da un Paese dove non ci sono grandi controlli fiscali e nel quale i "veri" azionisti non possiedono immobili né conti in banca. Se anche si risalisse a loro, le autorità fiscali resterebbero a bocca asciutta. L’escamotage è semplice: ai clienti vengono trasmessi gli estremi del pagamento recanti i dati bancari della prima società, quella costituita nel "paradiso fiscale". In caso di controlli la fattura sembrerà emessa da un Paese in regola con le norme fiscali internazionali (nelle ricevute di pagamento non vengono infatti indicati i dati bancari ma solo l’avvenuto incasso), e molto difficilmente ci si potrà insospettire davanti a una ricevuta emessa da una società apparentemente in regola. «Logicamente, quando questo sistema viene usato per evadere le tasse é illegale anche qui – spiega una fonte legale panamense –, ma non é illecito se invece viene utilizzato per la protezione del capitale». (N.S.)
 

BOX LA FUGAA
Residenze fittizie per sfuggire alle imposte
Ottenere la residenza in un paradiso fiscale é meno complicato di quanto si pensi: 3mila euro in onorari per l’assistenza legale, a cui aggiungere le spese di viaggio e soggiorno (normalmente bisogna recarsi sul posto almeno due volte e ritornarvi ogni due anni per non perdere la residenza). In Italia ai fini delle imposte sul reddito sono considerati non residenti quanti non sono iscritti all’anagrafe comunale dei residenti per la maggior parte del periodo d’imposta, cioè per almeno 183 giorni (184 per gli anni bisestili), e non hanno, nel territorio dello Stato italiano, né il domicilio (sede principale di affari e interessi) né la residenza (dimora abituale). Se manca anche una sola di queste condizioni, i contribuenti interessati sono considerati residenti. I non residenti che hanno prodotto redditi o possiedono beni in Italia sono tenuti a versare le imposte allo Stato italiano, salvo eccezioni previste da eventuali Convenzioni per evitare le doppie imposizioni stipulate tra lo Stato italiano e quello di residenza. Tuttavia, si considerano residenti, salvo prova contraria, i cittadini italiani cancellati dalle anagrafi della popolazione ed emigrati in Stati o territori aventi un regime fiscale privilegiato, individuati con decreto del ministro delle finanze.(N.S.)

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