Le carte sono carte, anche se sono di Panama

Panama papersDi Giovanni Caporaso Gottlieb *

La rivelazione di quasi 11,5 milioni di documenti segreti dello studio legale panamense Mossack-Fonseca, specializzata nella creazione di conti e società off-shore, ha scoperto il Vaso di Pandora intorno a questo strumento consapevolmente progettato per il grande capitale per, in molte occasioni, legittimare la frode, l'evasione fiscale e anche il riciclaggio di denaro nei paradisi fiscali, anche se di fatto i conti e le società offshore sono legittimati proprio dal sistema finanziario capitalista e che il reato non è quello di possederle, ma l'uso illecito di questi strumenti.
Nel mezzo di questo "offshore gate" e dell’esplosiva campagna satanizzante, la maggior parte dei media si   dimentica di dire che oltre il 90% dei grandi capitali  collegati a conti e società offshore proviene dagli Stati Uniti, Europa e Giappone.
Prima di tutto una precisazione: da anni Wikileaks realizza lavori che rispondono a un'indagine trasparente e non la mera pirateria di computer, come riferisce  erroneamente il giornale tedesco Süddeutshe Zeitung. Ma sapete voi chi ha promosso questo "offshore gate"? Il Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi (ICIJ) con sede a Washington, finanziata dai gruppi di riflessione (Think Tanks) degli Stati Uniti e promotori ad oltranza delle loro campagne ideologiche e di destabilizzazione politica.
E qualcosa di molo rivelatore: giovedi 7 aprile gli Stati Uniti ha riconosciuto che l'Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (USAID), collegata al Dipartimento di Stato, ha finanziato una delle organizzazioni che hanno collaborato nell’ investigazione chiamata “Panama Papers”. Così è chiarito che il Progetto di Relazione sulla Criminalità Organizzata e la Corruzione (OCCRP), ha collaborato con il Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi (ICIJ) in questa indagine e come capro espiatorio è apparso lo studio legale panamense Mossack-Fonseca.
Ma genera ancora più diffidenza che, dello tsunami di “Panama Papers” è stato pubblicato meno dell'1%, notizie selezionate dai media che ricorrono a mille e uno pretesti, per giustificare la mancata pubblicazione della maggioranza dei documenti in cui dovrebbero apparire migliaia di conti e società offshore dei grandi consorzi degli Stati Uniti, Europa, e dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE).
L’ "offshore gate" chi mette in evidenza? Prima di tutto il presidente Vladimir Putin e alcune entità russe, ma senza mostrare prove compromettenti.
Tuttavia, sono molto coinvolti USB, centenaria banca svizzera che offre servizi finanziari globali, con sede a Basilea e Zurigo, e l’HSBC, multinazionale con sede a Londra, che è stata fondata un secolo fa nell'allora britannica Hong Kong, e sempre coinvolto in frodi finanziarie. Per coincidenza l’ USB opera a Panama e l’ HSBC era attiva fino a qualche anno fa.
I 240.000 conti e società offshore che lo studio legale panamense Mossack Fonseca ha creato in 40 anni e venduto legalmente, diventano una macchia  insignificante se confrontati con più di 10 milioni di conti e società similari basati negli Stati Uniti, Europa e Giappone. Insieme assorbono 26 bilioni di euro che James Henry, direttore del Tax Justice Network, afferma siano nascosti in paradisi fiscali.
Paradossalmente, i computer dei paradisi fiscali come Delaware, Nevada e Wyoming, Svizzera e Regno Unito non sono stati hakerati, ne sono apparsi i documenti in cui compaiono aziende o banche emblematiche di questi paesi autori delle transazioni più voluminose nello spettro finanziario.
In definitiva, le carte sono carte anche se sono Carte di Panama, e quindi non hanno alcun effetto giuridico legale al di là del danno morale per quei funzionari pubblici, di decine di paesi, incapaci di dimostrare davanti a un tribunale che i loro conti o società offshore hanno un obiettivo legittimo o che attraverso questi non hanno burlato il fisco o commesso reati più gravi.

Giovanni Caporaso Gottlieb è avvocato della firma Caporaso & Partners di Panama, politologo e giornalista.

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